Echi letterari

Cosa accade quando la letteratura scava nella Storia e trova la vita? E cosa quando due generazioni di scrittrici si incontrano e, insieme, restituiscono memoria e identità ai nostri luoghi?

A rispondere è Maria Attanasio che, con La Rosa Inversa (Sellerio, finalista premio Strega 2026), si è confrontata su questi temi con Nadia Terranova (già finalista del Premio nel 2025 e nel 2019) nel suggestivo scenario di Villa Neri Resort, a Linguaglossa.
A moderare l’incontro lo scrittore e giornalista Andrea Giuseppe Cerra che ha ricordato come il passato raccontato dalle due scrittrici, e spesso dimenticato dalla Storia, sia lo stesso che costruisce le identità del nostro presente. Aggiunge la Terranova che Maria Attanasio, nelle suenarrazioni, ha sempre scelto di raccontare il volto nascosto di un femminile militante, vivo, e perturbante, e che, il suo ultimo romanzo, non è altro che l’eredità libera di una scrittrice che non ha paura di dire.

Ho incontrato Maria Attanasio durante questo appuntamento di “Conversazioni ad alta quota”,  voluto dall’associazione “Cultura Aetnae”, e ho chiesto lei di raccontarmi de La rosa inversa, della storia del Barone Ruggero Henares e di quella del suo discendente Fleres. Di una vicenda che inizia con il ritrovamento di un manoscritto e rivela di un passato – troppo scomodo, forse troppo indiscreto – per entrare a far parte della memoria collettiva.

La Rosa Inversa ci restituisce la formula di un’identità, quella sicula, che non vive solo di immobilismo, ma anche di slanci. Da dove nasce l’urgenza di raccontare il nostro presente – dilaniato, fragile, mutevole – attraverso un passato che non sempre, davvero, conosciamo o che, spesso, ignoriamo?

Nasce proprio da questo desiderio. La mia è una lettura della Sicilia assolutamente antigattopardiana. Abbiamo questa idea per cui in Sicilia, citando Tomasi di Lampedusa, se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi. Anche questa frase merita di essere contestualizzata perché, prima di essere proclamata da Tancredi, è preceduta da un’altra frase di Don Fabrizio in cui Lampedusa riconosceva anche la presenza di chi voleva fare la Repubblica e, dunque, desiderava il cambiamento. La storia della Sicilia non è, allora, una storia di immobilismo. Basti pensare che nel 1700 le città più importanti erano Napoli, Palermo e Milano. Se pensiamo a Garibaldi sappiamo che i Mille che scesero in Sicilia diventarono un esercito di 40.000 soldati. Lo stesso esercito che risalì fino a Napoli e liberò tutto il Sud attraverso l’ideologia mazziniana e garibaldina. Questo vuol dire che la Sicilia non è quella che viene raccontata, e ciò per me è anche legato alla mia città: Caltagirone. Gli storici locali dell’Ottocento raccontano di una Caltagirone in cui, per ben tre secoli, sembra non essere accaduto niente: né l’Illuminismo né il Risorgimento. Eppure il Risorgimento c’è stato e a testimoniarlo è il fatto che, durante i moti del 1848, Caltagirone contribuì inviando 300 volontari. C’è una storia, dunque, che è stata cancellata perché la storia, purtroppo, è fatta non solo dai vincitori, ma dalla parte vincente dei vincitori.

E della sua città, che nel romanzo prende il nome di Calacte, cosa viene restituito alla storia?

A Caltagirone questa dimensione di silenzio storico è stata amplificata. La biblioteca di Caltagirone è stata fondata all’inizio degli anni Ottanta del Settecento, perché quella dei Gesuiti era stata trasferita a Catania dopo la loro cacciata. Accade, allora, che i nobili si riuniscano e decidano di fondare una biblioteca da donare alla città offrendo i propri testi. Tra questi anche la seconda edizione dell’Encyclopedie firmata da Diderot e D’Alembert. In una città in cui c’è questo, è possibile che si dimentichi tutto? La nostra è una Sicilia, una storia altra, che non è raccontata e di Caltagirone, dunque, ho voluto restituire una lettura che era stata taciuta.

L’erede Fleres ritrova, in un vecchio palazzo nobiliare di Calacte, un manoscritto. Qui, tra testi classici dell’Illuminismo, compare il racconto autobiografico del suo avo, il barone Ruggero Henares. Fleres, dagli ideali opposti al suo predecessore, brucia la storia e il passato. Cosa resta oggi alla memoria delle storie e degli spazi cancellati dalla Storia?

Penso che dei segnali restano sempre e che, quando non si conoscono, vadano cercati. La rosa inversa vuole proprio urlare di non accontentarsi dell’apparenza, della narrazione ufficiale della storia, ma di scavare in fondo. Le notizie sulla Caltagirone del Settecento le ho prese dai viaggiatori stranieri. Tra questi, Déodat de Dolomieu, lascia degli scritti che raccontano di Caltagirone e della sua accoglienza nella città. Lui narra che a casa del barone che l’ospitò, in suo onore, avevano rappresentato L’indigente. È chiaro che ci sia una dimensione mondana alternativa a quella gravità narrativa che ci viene trasmessa. In queste storie c’era attenzione a quanto stesse accadendo nelle grandi città, come in Francia. C’era una circolarità nei principi di libertà, di giustizia, di fratellanza, che scorreva attraverso le opere di questi viaggiatori non sempre conosciuti. È questo che ho voluto raccontare.

Nel romanzo l’amore e l’amicizia sono temi che umanizzano le figure rappresentate. Tra queste c’è Amalia, la donna amata da Ruggero Henares, che un’anticipatrice vera e proprio del femminismo novecentesco. La sua presa di coscienza rappresenta un atto rivoluzionario?

Amalia è una donna del suo tempo che attraversa le età e arriva fino a noi. Può sembrare eccessivo quello che ho scritto di lei – che non vuole sposarsi, vuole essere libera –, e forse è una coscienza di genere quella che le attribuisco. La condizione delle donne del Settecento, per quanto non fosse una condizione così morigerata, era abbastanza libera. Di Amalia io ne faccio una donna ancora più radicale che, non solo ha un amante – le donne ricche per contratto matrimoniale potevano avere il cicisbeo – ma non vuole pure sposarsi. E questo diventa una presa di coscienza più contemporanea che settecentesca.

Un topos fondamentale che emerge dall’opera è il rapporto con le verità. La storia che lei racconta nasce dalla lettura di un opuscolo ritrovato agli inizi degli anni 2000. Lei credeva che quella vicenda letta non fosse il frutto di un’invenzione narrativa, bensì la realtà. Qual è stato il suo approccio nel raccontare una verità storica fondendola con la post-verità (delle fake news, dell’AI e del dilagare di un’informazione poco mediata) nel nostro tempo?

Tutto nasce, come detto, da una relazione che ho trovato, sulla quale mi sono lungamente interrogata, e che poi si è rivelata una fake news del 1790. Stavo cercando il riscontro a questa storia che avevo letto in un opuscoletto – ho cercato negli archivi di Caltagirone, Catania e Napoli –  e non ho trovato assolutamente nessun riscontro reale alla narrazione. Mi sono accorta che era una fake news e, soltanto in seguito, ho deciso di raccontare questa storia in cui il personaggio era un figurante, un’invenzione, per dire quello che sta accadendo oggi.

Nei processi di ricostruzione filologica, di indagine e confronto dei manoscritti, il rapporto con le verità è ancora una volta incerto. Questo riguarda i copisti, gli storici e i lettori che ricevono un testo non sempre uguale alla sua editio princeps. Come mutano le verità nella storia?

Ho sentito che questa storia settecentesca poteva diventare una rappresentazione dell’oggi. Di un oggi in cui tutto viene portato all’estremo all’interno di un processo di democratizzazione dell’informazione e in cui la menzogna, la post-verità, rispetto al nostro ieri tocca un po’ tutti.

“Munnu sempri a stato, e sempri è”. Questa affermazione di Ruggero mi riporta a un ribaltamento del pensiero di Giambattista Vico sui corsi e ricorsi della storia. Siamo destinati davvero a replicare gli stessi sbagli?

È un modo di dire siciliano che, però, poi rivela il contrario. Non tutte le cose sono davvero destinate a replicarsi, ed è questo che il romanzo vuole dirci.

Attanasio, cosa spera per il nostro domani?

Non ho figli ma, spero che per i giovani, per quelli come te, ci sia un mondo vicino alla pace e alla giustizia.

Per saperne di più

Maria Attanasio (Caltagirone, 1943) collabora a riviste e giornali. Ha scritto poesie (Interni, 1979; Nero barocco nero, 1985; Eros e mente, 1996; Amnesia del movimento delle nuvole, 2003) e saggi. Con questa casa editrice ha pubblicato Correva l’anno 1698 e nella città avvenne il fatto memorabile (1994), Piccole cronache di un secolo (1997, con Domenico Amoroso), Di Concetta e le sue donne (1999) Il falsario di Caltagirone (2007), Il condominio di Via della Notte (2013), La ragazza di Marsiglia (2018), Lo splendore del niente e altre storie (2020) e La Rosa Inversa (2026).

Josè Ruggeri, Allievo SSC UniCT

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