Nessuno crederebbe mai che dietro queste parole possa celarsi la foto più lontana mai scattata del nostro pianeta
Eppure Pale Blue Dot, l’espressione originale forgiata dall’astronomo e scrittore Carl Sagan, è proprio il nome della fotografia che, nel 14 febbraio 1990, fu realizzata dalla sonda Voyager 1 a ben sei miliardi di chilometri di distanza dalla Terra.
Due aggettivi e un sostantivo, neanche un verbo: in sole tre parole viene detto tutto ciò che è necessario dire sul nostro pianeta. Non c’è bisogno di altro: tutto, dalla prospettiva dello spazio, diventa essenziale, e le parole usate per descriverlo non possono essere da meno. Ciascuno di noi è in grado di immaginarlo, chiudendo gli occhi per un istante: tutto intorno è avvolto nella più completa oscurità, e poi, inaspettatamente, arriva il bagliore di una piccola e timida luce, dietro la quale si nasconde tutto ciò che abbiamo, e che visto da quaggiù ci viene estremamente difficile pensare secondo le categorie dell’immensamente piccolo.
E per un attimo il nostro sguardo è legato da un invisibile filo rosso a quello di Sagan, segnato dallo stesso stupore di trovarsi difronte a una visione del genere. Il sentimento provato dagli astronauti della missione Apollo 8 non deve essere stato molto diverso quando, nel 1968, raggiunsero l’orbita lunare e videro la Terra da quella prospettiva: anche la foto scattata in quell’occasione, sebbene a distanza più ravvicinata rispetto alla sonda Voyager, lascia a bocca aperta, così come quella che, cinquantaquattro anni dopo, sarebbe stata ripresa dalle telecamere della navetta Orion durante la missione Artemis 1 del 2022, a oltre quattrocentomila chilometri dal nostro pianeta.
La meraviglia come
origine della ricerca
Ma cos’è che accomuna la meraviglia suscitata dalle foto di Voyager, Apollo e Artemis? Cosa lega il nostro sguardo a quello di un’astronauta sull’orbita della luna? La risposta risiede in realtà in una necessità insita nella natura nell’uomo: il bisogno di porsi domande, e, quindi, di fare ricerca. Quale uomo avrebbe mai lasciato il suolo terrestre per lanciarsi nello spazio ignoto, se non avesse avuto dentro una domanda ad animarlo? E, a tenere viva una domanda, è proprio quello stesso sentimento che proviamo di fronte a una foto della Terra vista dallo spazio: la meraviglia.
Non si tratta di certo di una storia recente: le radici del rapporto tra uomo e ricerca affondano nella notte dei tempi, ed è stato da sempre caratterizzato da una spinta verso l’ignoto, verso ciò che l’uomo ha percepito come più grande di sé. Già l’incipit della Metafisica di Aristotele lo afferma con chiarezza: “tutti gli uomini tendono per natura al sapere”; nessun uomo può essere esente da questa necessità, che costituisce una vera e propria funzione vitale, e la cosa più sorprendente è che, come continua lo stesso Aristotele, “gli uomini in principio cominciarono a filosofare a causa della meraviglia”.
Ogni anelito verso il sapere nasce dalla capacità di lasciarsi stupire, e per questo l’astronauta che sale su Apollo 8 bramando di raggiungere la luna non è diverso dall’uomo che, per la prima volta, decise di volgere lo sguardo al cielo domandandosi che cosa fosse quella sfera luminosa sopra di lui e attribuendole i miti più disparati per cercare di spiegare l’ignoto.
All’inizio delle Metamorfosi, Ovidio narra che il creatore del mondo diede all’uomo un volto rivolto verso l’alto, ordinandogli di guardare il cielo e di sollevare lo sguardo eretto verso le stelle, a differenza degli altri animali, che guardano chini a terra: il desiderio di cercare il cielo diventa quindi la caratteristica distintiva dell’essere umano, e c’è un filo invisibile che lega il bisogno di conoscere le stelle dell’uomo antico alla partenza di un’astronave nel ventunesimo secolo.
L'evoluzione della ricerca
e della tecnologia
L’una, a differenza della seconda, che si pone la sfida più ambiziosa di costruire infrastrutture permanenti e di studiare le risorse del suolo lunare, con l’intento di creare una base per missioni di lunga durata; l’ampliamento degli obiettivi va di pari passo con lo sviluppo tecnologico: se in Apollo 8 la navigazione si basava ancora sul calcolo manuale e sui dati che lo stesso equipaggio doveva inviare a computer rudimentali, Artemis 1 nasce come missione totalmente automatizzata, guidata da software autonomi con il supporto dell’intelligenza artificiale, tanto da non prevedere la presenza di astronauti a bordo.
È facile comprendere come la ricerca, sin dallo sviluppo dei primi rudimentali strumenti, viene sostenuta dalla tecnica; eppure, se si volge lo sguardo alla storia della tecnologia, è ancora una volta la costante umana ad emergere: perché l’uomo, infatti, avrebbe sentito il bisogno di elaborare strumenti per la sua ricerca se non per servirsene come un ampliamento delle sue stesse capacità? Cos’altro è un telescopio, se non un artificiale prolungamento dello sguardo umano, già di per sé rivolto verso il cielo? È la necessità di vederci di più che guida lo sviluppo tecnologico sin dagli albori della storia umana, e proprio da questa consapevolezza sorge un ulteriore interrogativo: cosa cambia con l’invenzione della macchina, in quanto sistema autonomo?
Come cambia il rapporto tra uomo, tecnica e ricerca? Già a partire dalla Prima Rivoluzione Industriale, queste domande si pongono sempre con più urgenza, fino ad arrivare ai grandi interrogativi posti dallo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale negli ultimi anni: la portata innovativa che lo sviluppo della macchina porta con sé è proprio il fatto che l’uomo affida a essa una parte della ricerca che altrimenti avrebbe sviluppato lui stesso. Non si tratta più di un ampliamento dei sensi, ma di demandare una o più fasi a una macchina che svolge il lavoro per lui.
La macchina come
alleata dell'uomo
Che conseguenze ha questa prima cesura della storia della tecnologia sul carattere umano della ricerca? Si può parlare di una sostituzione dell’uomo? Per rispondere a queste domande, bisogna riflettere su una questione preliminare: quali fasi della ricerca vengono affidate alla macchina? Se ci si sofferma su questo punto, si noterà che sono soprattutto gli aspetti pratici – quelli che appunto definiremmo “meccanici” – a essere svolti dalla macchina, molti dei quali, se fossero affidati interamente all’uomo, richiederebbero molto più tempo per essere portati a termine. Da questo punto di vista, è chiaro l’apporto positivo che la macchina ha dato alla ricerca, diventando anzi una potente alleata per l’uomo.
Lo sviluppo del computer, per esempio, lo dimostra in maniera evidente: esso è in grado di regalare all’uomo infinite possibilità, non solo perché è in grado di svolgere in minor tempo ciò che l’uomo raggiungerebbe assai più lentamente, ma soprattutto perché offre strumenti che egli, da solo, non sarebbe mai riuscito a procurarsi – strumenti che, con l’avvento di Internet, si moltiplicano esponenzialmente; la stessa conquista dello spazio, senza l’apporto del computer, sarebbe stata del tutto impossibile. Se prima, discutendo dei primi strumenti tecnologici, si è parlato di ampliamento dei sensi, con l’avvento della macchina – soprattutto quella informatizzata – si arriva a un vero e proprio potenziamento delle sue capacità di ricerca, arrivando a quello che a prima vista sembrerebbe un assunto paradossale: qualcosa di creato dall’uomo si mostra più potente e capace di lui. Tuttavia, quest’affermazione dalla portata rivoluzionaria viene ridimensionata dal nostro assunto di partenza, e cioè dal fatto che sono gli aspetti meramente pratici a essere svolti dalla macchina: essa non si sostituisce affatto alla capacità di riflessione umana, e proprio questo aspetto non fa altro che corroborare la consapevolezza che il vero nucleo della ricerca resta autenticamente umano. Cambiano gli strumenti, ma non l’essenza della ricerca.
La sfida dell'intelligenza artificiale
Con l’altra grande cesura della storia della tecnologia, la situazione cambia ulteriormente: lo sviluppo dell’intelligenza artificiale ci pone di fronte a nuovi interrogativi, e alla necessità di riflettere ancora una volta sul rapporto tra uomo e ricerca. Sebbene per certi versi resti immutato il ragionamento fatto sullo sviluppo della macchina, l’IA porta con sé una nuova dirompente novità, che potrebbe a tutti gli effetti cambiare il modo di pensare la ricerca: per la prima volta, uno strumento creato dall’uomo non solo è capace di sostituirlo sotto il punto di vista pratico, ma anche da quello intellettuale.
L’IA infatti si mostra capace di ragionare, di porsi domande, di individuare percorsi di ricerca… tutte prerogative che, come si è visto, prima appartenevano esclusivamente all’uomo, costituendo la sua caratteristica distintiva rispetto alle altre specie. Ciò che può costituire un elemento di rottura destabilizzante non è tanto l’IA come macchina, che costituisce anzi un ulteriore straordinario potenziamento delle frontiere che possono essere attraversate dalla ricerca, quanto l’IA come macchina pensante. Ecco che, se la storia della ricerca è stata segnata dal progressivo affidamento di diverse fasi del processo alla macchina, con l’avvento dell’intelligenza artificiale l’uomo può arrivare a demandare alla macchina ciò che sta all’origine della ricerca stess.
Meraviglia e umiltà:
ciò che resta umano
Ma davvero può bastare questo affinché il millenario bisogno di fare ricerca, così connaturato all’essere umano, venga completamente estinto? A venirci d’aiuto, stavolta, è proprio una di quelle immagini che ci hanno guidato all’inizio, e in particolare la più recente, scattata da Orion, la navetta di Artemis 1 nel 2022: una missione spaziale che di umano sembra non conservare più nulla, interamente governata da sistemi informatici ed IA, ha prodotto l’ennesima immagine che ritrae la Terra, e quindi l’uomo, in tutta la sua piccolezza; e noi, fissando quella foto, non possiamo fare a meno di essere colti dallo stesso stupore provato da Sagan nel 1990. Anche la ricerca più complessa, condotta o meno dall’intelligenza artificiale, si conclude paradossalmente proprio allo stesso punto da cui aveva preso le mosse, e cioè con la consapevolezza della piccolezza dell’uomo. Questo è l’antidoto che ci permette di salvaguardare ciò che di più umano abbiamo, quello che davvero non potrà esserci strappato: la capacità di meravigliarci; e finché ci sarà meraviglia, come aveva già intuito Aristotele, ci sarà bisogno di sapere, di ricerca, e sarà l’uomo stesso a riappropriarsi di ciò a cui è più intimamente legato, perché non farlo equivarrebbe a rinnegare la sua propria natura. Le foto scattate al nostro pianeta durante le missioni spaziali ci insegnano che nessuna ricerca è in grado di estinguere tutti gli interrogativi dell’uomo, ma ci mostrano anzi che ciascuna ne aggiunge di nuovi, venendo a coincidere sempre con una riflessione sulla natura umana. Così l’uomo parte per conquistare lo spazio, per poi rendersi conto, una volta arrivato a migliaia di chilometri di distanza dal suo pianeta, di quanto sia piccolo in confronto all’universo. E allora ricomincia tutto da capo, dubbio dopo dubbio, sforzo dopo sforzo, fino ad arrivare alla consapevolezza che ogni ricerca costituisce un disperato tentativo di appropriarci di qualcosa che inevitabilmente non ci appartiene, e che sarà per sempre destinato a sfuggirci.
I due principi della ricerca
Chiunque aspiri a fare della ricerca il proprio progetto di vita, dunque, in realtà non sta facendo altro che assecondare ciò per cui la sua natura è chiamata da millenni, ma che può mantenere la sua autenticità solo a condizione che egli sappia ubbidire ai due principi che da sempre tengono la ricerca in vita, in grado di accomunare l’uomo del ventunesimo secolo al primo che, migliaia di anni prima, sollevando gli occhi al cielo venne preso dall’irrefrenabile desiderio di capirci qualcosa in più: da un lato l’esercizio della meraviglia, con lo slancio verso il sapere che questa porta con sé, e dall’altro l’esercizio dell’umiltà, nonché la consapevolezza di non essere altro che un pallido puntino azzurro nell’infinito mare della conoscenza.

Marianna Vinciguerra, Redazione SSC UniCT
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