Echi letterari
E delle madri, dei loro sogni, che cosa resta? Di ciò che hanno desiderato, di quel che hanno fatto e di ciò che stato taciuto, chi racconta oggi le loro Storie? La genealogia familiare, storicamente, tesse una trama, che nell’arte, nella religione e nella storia narrata dai padri, raffigura la donna come oggetto (e mai soggetto) del proprio tempo: dedita alle mansioni domestiche, collocata in una dimensione di pudicizia e rigore che la vede elegante ma non volgare, riconosciuta per la bellezza del corpo e, sempre meno, per quella della sua mente.
Ma dei sogni delle madri, delle scrittrici, le pittrici, le fisiche, che cosa resta? Rimane la paura che l’ombra del passato non insegua solo la genealogia delle madri di ieri ma si rifletta anche sulle madri di oggi. In una storia in cui la critica è stata affidata alla narrazione dei padri la scrittrice Dacia Maraini ci ricorda come le donne, con le parole e i gesti, abbiano cambiato il mondo nonostante tutto.
Ho incontrato Dacia Maraini alla XVI edizione del Taobuk, Festival Internazionale del libro che si è tenuto a Taormina dal 18 al 22 giugno, e ho domandato lei del nostro oggi, di una memoria consapevole che nella meraviglia e nel desiderio di raccontare il passato può farsi vita e voce per chi la propria voce l’ha perduta.
In “Scritture segrete” (Rizzoli, 2025), lei racconta la storia – spesso dimentica, spesso alla storia indifferente – di donne, madri e figlie che hanno abitato il loro tempo cercando uno spazio non soltanto per resistere ma, ancor prima, per esistere. In un viaggio che inizia con Giulia, figlia di Augusto, e attraversa il tempo passando alla scrittura delle mistiche, fino ad arrivare alle contemporanee, come Elsa Morante o Lalla Romano, quale eredità ci restituiscono le madri?
Ci restituiscono un’idea della realtà che è stata per molto tempo censurata. Le donne non hanno avuto storicamente accesso alla parola significativa. Spesso sono state silenti; dunque c’è un silenzio storico delle donne a cui, chi è consapevole di quel passato, cerca oggi di donare le proprie parole.
Tra le storie che narra mi piacerebbe ricordare quella di Emily Dickinson. La poetessa inglese trascorse la sua esistenza scrivendo e raccontanto di una bellezza – vista, immaginata, palpata – da una piccola finestra da cui osservava il mondo. Le sue poesie sono state condannate al silenzio dalla stessa critica che oggi l’ha definita la scrittrice più importante dell’ottocento. Cosa osservava lo sguardo della Dickinson che i padri avevano paura di accogliere?
La sua era una società basata sul prestigio dell’uomo, in cui la donna doveva pensare a fare figli e occuparsi della famiglia. Si credeva che l’espressione più naturale e più intensa della donna appartenesse alla maternità. Tutto il resto stava al mondo maschile: il pensiero, la religione, l’economia, la politica. Non era concepito accogliere perché c’era come una castrazione mentale.
È l’elemento storico – sociale che definisce un mutamento.
Esatto, è la storia ma non la natura. Quando si parla di natura si fa razzismo. Quando si dice che le donne sono più dolci, più disponibili e più gentili si compie un atto di razzismo. È come dire che appartengono a una razza diversa, quando le donne non sono altro che degli esseri umani in grado di far bene ma anche di far male. È la storia, l’educazione e la cultura che creano l’essere umano in grado di far del bene e del male.
È un discorso che trova le sue radici nella grammatica del nostro linguaggio. La lingua, come la letteratura, ci restituiscono un modello in cui la misoginia della cultura patriarcale sovrasta il femminile. È vero?
È vero, questo accade nel nostro linguaggio e, soprattutto nella lingua. La nostra lingua è universale. Quando dico uomo intendo definire l’essere umano, ma quando diciamo donna no. Se parlo di un maestro penso a un direttore d’orchestra o a un filososo, ma se dico maestra lego il termine al mondo dell’infanzia.
Lei ha conosciuto tanto del mondo: ha viaggiato molto, ha vinto numerosisssimi premi ed è stata tradotta in oltre 25 Paesi. Cosa riesce a donarle oggi un senso di meraviglia?
Ho una meraviglia negativa, uno stupore nel vedere che ogni volta si ricomincia con la storia, l’odio e la guerra, e una positiva in cui osservo giovani come voi che si muovono e leggono: che mi danno piacere di stare al mondo. C’è voglia di capire, di modificare il futuro, di giudicare il domani e far capire che siete presenti.
Dacia, qual era il suo sogno quando era bambina?
Il mio sogno era di diventare adulta ed esprimermi, perché non è facile per una donna esprimersi. Esprimersi non nel pettegolezzo, ma con una parola significativa che storicamente è sempre stata interdetta.
Di chi sono i nostri sogni? Sono solo nostri, seppur lo slancio per arrivare, talvolta, richieda un viaggio non sempre calmo e privo di cadute. Serve credere e conoscere, per ciò che abbiamo sbagliato e non desideriamo replicare, per imparare ad agire lì dove l’indefferenza è stato il nostro rifugio. Soltanto così le Scritture Segrete di cui Dacia racconta potranno farsi la carne e le ossa di chi il mondo lo ha palpato e vissuto da vicino. Soltano così chi non ha mai vissuto potrà farlo per una prima volta.
Per saperne di più
Dacia Maraini nasce a Fiesole (Firenze) nel 1936. Trascorre l’infanzia in Giappone, dove il padre antropologo si trasferisce con la famiglia per motivi di studio. Nel 1943 i genitori rifiutano di aderire alla Repubblica di Salò e l’intera famiglia viene deportata in un campo di concentramento nei pressi di Tokyo, dove rimane sino alla fine del conflitto. Rientrati in Italia, si stabiliscono in Sicilia presso la tenuta dei nonni materni. Raggiunta la maggiore età, dopo la separazione dei genitori, Maraini raggiunge il padre nella capitale. Nel 1957 fonda con alcuni amici la rivista letteraria «Tempo di letteratura» e inizia a collaborare con «Il Mondo», «Nuovi Argomenti» e «Paragone». Esordisce in narrativa con il romanzo La vacanza (1962). È autrice di romanzi, racconti, opere teatrali, poesie e saggi editi da Rizzoli ed è stata tradotta in oltre 25 Paesi. Nel 1990 ha vinto il Premio Campiello con La lunga vita di Marianna Ucria e nel 1999 il Premio Strega con Buio. Il suo ultimo romanzo è Vita mia (Rizzoli 2023).

Josè Ruggeri, Allievo SSC UniCT
Perchè scegliere la Scuola Superiore di Catania?
L’approccio educativo della Scuola è progettato per valorizzare le potenzialità individuali, incoraggiando gli studenti a esplorare i propri interessi e a sviluppare le proprie competenze.
Ecco perchè la partecipazione a festival, eventi, convegni, workshop e tirocini è parte integrante della formazione degli allievi, pensata per prepararli ad affrontare le sfide del mondo moderno con competenza e fiducia.
Come accedere
Villa San Saverio è la residenza che viene garantita, gratuitamente, a tutti i vincitori del concorso di ammissione. Tuttavia, la formazione degli allievi travalica tale residenza, estendendosi a tutti i luoghi che possono fornire la più variegata e stimolante offerta formativa e le esperienze di formazione non convenzionale.
Vuoi saperne di più?