Calogero Presti - A Cura di Elisa Guardabasso, ex-Allieva della Scuola Superiore di Catania e socia di Alumni SSC

Catania, 28 agosto 2026

Ci parliamo in movimento; Calogero cammina, mi dedica questo suo spazio di transizione. La sua voce è attenta, la nostra conversazione stimolante. Viene da un mondo tecnico, mi parla della sua carriera come solo uno specialista sa fare, senza rinunciare a un pizzico di umorismo e alla schiettezza necessaria per un dialogo autentico. Mi racconta di scelte e di strade, di quelle che si sono aperte, di quelle che non ha mai preso e di quelle che si apriranno.

Hai conseguito il dottorato a Catania lavorando su PA CMOS (Complementary Metal-Oxide-Semiconductor Power Amplifiers – amplificatori di potenza su microchip in silicio) e fotonica del silicio. Facendo un passo indietro, cosa ti spinse a suo tempo a scegliere la SSC?

Nella mia famiglia è sempre stato riconosciuto il valore dell’educazione e, nella generazione dei miei genitori e dei loro fratelli, c’è stata un’accelerazione negli studi. I miei genitori, i più giovani nelle loro rispettive famiglie, hanno avuto l’opportunità di studiare e di vivere la loro carriera con soddisfazione. Già dal liceo – facevo lo Scientifico – mi avevano spinto, senza forza eccessiva, a mettermi alla prova in percorsi sperimentali e nuove sfide. Quando dovetti scegliere l’università, andammo a Pisa a fare gli esami per la Normale e per il Sant’Anna. Al Sant’Anna non superai gli orali (ricordo ancora con divertente nostalgia un professore bisbigliare a un collega “questo qui di combinatoria non capisce nulla”). Alla Normale, invece, decisi di non presentarmi alle prove orali dopo aver superato gli scritti. Infatti, volevo fare ingegneria, non fisica. Mio padre aveva letto su un giornale che stava aprendo questa nuova realtà a Catania. La Scuola Superiore divenne così la mia strada.

Guardando indietro al tuo percorso alla Scuola, quanto ha contato l’incontro con discipline e mondi diversi dal tuo? Pensi che l’ambiente aperto abbia innescato una curiosità capace di influenzare le tue scelte professionali?

All’inizio eravamo pochissimi, solo 7 in ingegneria, e poche altre discipline, una quindicina in tutto. (I nostalgici possono visitare una delle prime versioni del nostro sito in un archivio perpetuo di internet, ad esempio qui). La Scuola mi ha dato una forte cognizione dell’interdisciplinarietà: la consapevolezza che il mondo non gira solo intorno alla tua disciplina e che, molto spesso, le soluzioni ai problemi si trovano nei campi adiacenti o persino in quelli più lontani.

Io mi considero uno specialista, non un campione di interdisciplinarietà, ma la Scuola ci ha messo una toppa. Proprio trenta minuti fa riflettevo su un problema di circuiteria che devo risolvere e mi è tornata in mente una tecnica di misura che mi insegnò il professor Priolo in un contesto di fotonica. L’interdisciplinarietà serve a questo. E il bello è che questa apertura non si ferma alla tecnica: ti porta a scoprire passioni anche nelle discipline più lontane. Nel mio caso, la musica, che fino ad ora rimane, purtroppo, un sogno poco espresso più che altro.

Non ho mai vissuto l’estero come una fuga, né la Sicilia come una destinazione obbligata di ritorno. Cercavo problemi interessanti su cui lavorare e ambienti stimolanti in cui potessi crescere. Allo stesso modo, quando sono tornato in Sicilia, non l’ho fatto dentro la retorica del rientro, ma perché avevo deciso di lasciare la ricerca accademica: sentivo di avere completato una fase importante della mia vita. Nel frattempo, però, era nato un altro desiderio: lavorare con le tecnologie digitali, con i dati. Le circostanze, il caso e la rete di relazioni hanno fatto sì che una delle opportunità più concrete fosse in Sicilia. È così che ho iniziato ad applicare la Data Science al mondo del business.

La tua è una storia che parte da Catania e arriva fino a San Diego, dove vivi e lavori da quasi 18 anni. Prima come postdoc a UC San Diego, poi in Qualcomm, IDT/Renesas e oggi Kyocera. Cosa ti ha portato a restare negli Stati Uniti, e quali differenze culturali e di approccio alle persone e ai team hai integrato nel tuo bagaglio tra Catania e la California?      

È un bilancio bittersweet, agrodolce. C’è sempre una domanda di sottofondo che mi chiede se siamo sulla strada giusta. Se guardo gli aspetti negativi, vedo una società molto individualista, disgregata e polarizzata. È difficile costruire amicizie profonde, le persone vivono esperienze brevi, la comunità italiana è ristretta e tutti lavorano moltissimo. Le distanze sono enormi, è una sorta di trappola di cristallo. E poi, lasciamelo dire, dal punto di vista del cibo è un disastro!

Però ci sono gli aspetti positivi, a partire dal lavoro. Questa è la capitale dell’elettronica wireless, le persone che lavorano qui sono bravissime e si impara costantemente. E poi ci sono i miei figli: hanno una marea di amici e tantissime opportunità. Quasi troppe, direi, tanto che oggi non sanno più oziare, annoiarsi. Il più grande potrebbe fare l’università in Italia, un domani, per poi uscire di nuovo e internazionalizzarsi.

Infine c’è il clima, che è perfetto: non fa mai troppo caldo e non fa mai freddo.

Se devo fantasticare sul futuro, però, ammetto che mi piacerebbe una grande città europea. Ho voglia di incrociare gente per strada, di vivere in un posto dove le persone sono più vicine.

Dal 2009, con il dottorato e il postdoc, sei entrato in un ambito molto specialistico, gli amplificatori di potenza per radiofrequenza. Di cosa ti occupi esattamente, raccontandoci quale impatto concreto ha il tuo lavoro sulla vita quotidiana delle persone?

Progetto circuiti per ricetrasmettitori radio usati in schiere di antenne per applicazioni terrestri e satellitari. Parliamo di sistemi simili a quelli che si trovano su un terminale Starlink, capaci di creare un fascio collimato di onde radio senza il bisogno di muovere un disco fisico. Se devi comunicare con un satellite o con una macchina in movimento non puoi usare un’antenna meccanica. Invece, si costruiscono centinaia o migliaia di piccole antenne e, cambiando la fase del segnale, si sfrutta l’interferenza costruttiva per sterzare il fascio radio.

Nel mio lavoro sono uno specialista esperto e un po’ tuttofare. Lavoro da solo, non ho un team. Se mi chiedi perché, io scherzando rispondo che ho già tre figli a casa e non me ne servono altri a lavoro. Preferisco concentrarmi sul risultato tecnico con un approccio solido, pragmatico, ed è per questo che sono rispettato. Se c’è un problema, lo attacco e faccio il circuito. Una cosa alla volta, fatta per bene. Anche perché per sviluppare queste tecnologie ci vogliono anni e gli errori si pagano cari: se sbagli un colpo hai buttato sei mesi di lavoro; se ne sbagli due o tre, hai praticamente bruciato il 20% della tua carriera.

Per saperne di più sul percorso professionale di Calogero, leggi l’intervista di approfondimento sul sito di Alumni SSC!