Partendo dal terremoto dell’Irpinia che ha scosso l’Italia nel 1980, fino ad arrivare alla pandemia di Covid-19, la storica Michela Ponzani, in dialogo con il giornalista Alessio Viola, ha ripercorso in occasione dell’ultimo appuntamento con i SUPERTalks organizzati dalla Scuola Superiore dell’Università di Catania l’evoluzione del rapporto che gli italiani hanno e hanno avuto con il Quirinale, attraverso le missive inviate ai diversi Presidenti della Repubblica.
Se si avesse la presunzione d’indicare un solo luogo in Italia capace di rappresentare più di tutti gli altri il nucleo del mutevole sentire degli italiani nei confronti delle istituzioni, probabilmente l’archivio del Quirinale sarebbe quel luogo.
La storica Michela Ponzani, interloquendo con il giornalista Alessio Viola e dando vita a un coinvolgente dialogo, ha parlato delle innumerevoli lettere degli italiani nel corso della storia repubblicana: testimonianze di traumi, richieste, speranze. Al centro del talk il tema del suo ultimo libro “Caro presidente, ti scrivo”: come si rapportano i cittadini italiani con il Capo dello Stato?
La "supplica" e la penna: perché ancora oggi scriviamo al Presidente?
L’incontro comincia da una curiosità, stimolata dalle domande di Viola, sulle abitudini contemporanee. Come riportato da un articolo de La Repubblica, il Presidente Sergio Mattarella è arrivato a ricevere fino a circa 12.000 lettere all’anno, a molte delle quali ha risposto personalmente. Perché, nell’era caratterizzata dalla velocità digitale, i cittadini sentono ancora il bisogno di prendere carta e penna per scrivere di proprio pugno al Quirinale?
Ponzani risponde partendo dalla nostra storia istituzionale. C’è – spiega – una continuità tra il sovrano sabaudo e il Presidente della Repubblica: quella che un tempo era la “supplica” rivolta al Re per chiedere la grazia o un posto di lavoro, oggi è un’eredità in parte raccolta dal Capo dello Stato. Un ruolo che va ben oltre la carica istituzionale.
Come ha sottolineato Ponzani, il Quirinale dona un riparo ai cittadini non tanto in ossequio a quello che rappresenta dal punto di vista istituzionale, quanto per la figura in specie del Presidente.
Insomma, uno scarto umano che trascende la mera figura apicale della Repubblica, e che spiegherebbe dunque il rapporto estremamente diverso che gli italiani hanno sviluppato nel tempo con i vari Capi dello Stato, da Scalfaro a Pertini.
Sandro Pertini: il “Presidente partigiano”
Non è un caso che proprio Sandro Pertini (che molti ricordano ritratto in una celebre serie di vignette di Andrea Pazienza come irriverente ed eroico) campeggi sulla copertina del libro di Ponzani. Alla domanda di Viola sul perché di questa scelta, la storica ha ricordato come il “Presidente partigiano” sia la figura che più di tutte ha suscitato e continua a suscitare un’enorme ondata di emozioni.
Perché un cittadino disperato durante il terremoto dell’Irpinia si rivolgeva al Quirinale e non a un Ministro o al Presidente del Consiglio? Ponzani ci offre una risposta schietta: perché proprio Pertini fu tra i primissimi ad arrivare sul posto, in mezzo alle macerie e alla distruzione. La storica ha inoltre rivelato dettagli toccanti emersi dagli archivi, come la decisione del Capo dello Stato di disporre una personale dotazione economica per gli italiani che avevano perso la casa. Scelta assolutamente non dovuta e che non rientrava affatto tra le sue prerogative formali, ma che egli volle comunque fare a tutti i costi. Sfogliando i fascicoli di quelle lettere, capita di ritrovare alcuni di quegli assegni, rimasti lì a testimoniare un tipo di legame diretto, immediato, tra il Quirinale e il Paese reale.
La tragedia di Alfredino e il lavoro sulla memoria
Le lettere, forse proprio per loro stessa natura, sono tra i mezzi che portano un carico emotivo particolarmente importante. Sono moltissime le lettere che parlano della vicenda straziante di Alfredino Rampi nel pozzo di Vermicino (dove la presenza tempestiva del Presidente della Repubblica Pertini suscitò aspre polemiche, con l’accusa di aver ostacolato l’arrivo dei soccorsi), così come delle molteplici stragi che il nostro Paese ha vissuto, e che arrivano a toccare nodi politici ancora irrisolti. Infatti, proprio a questo proposito, Ponzani ha citato il celebre carteggio tra Carlo Azeglio Ciampi e l’editorialista Ernesto Galli della Loggia, dove emerge il problema della memoria condivisa, confrontandosi sul concetto di “Patria” e sulla necessità di ricucire le fratture storiche del Paese dopo l’8 settembre 1943. Qui il Capo dello Stato viene visto come un testimone della rinascita morale dell’Italia. Ma il lavoro sulla memoria ha visto protagonisti tutti gli inquilini del Colle, come anche Giorgio Napolitano, ricordato durante l’incontro per la sua ferma volontà di riportare al centro del dibattito pubblico e istituzionale episodi cupi della storia dell’Italia.
E adesso?
Le lettere arrivano fino all’angoscia data dalla pandemia di Covid-19.
Viola però chiede: cosa emerge da ciò che scrivono oggi gli italiani al Presidente? Per Michela Ponzani, dopo aver letto le lettere più recenti, emerge da parte degli italiani un immenso bisogno di sentire meno irrequietezza, di trovare la serenità dopo i troppi traumi recenti.
Il talk si chiude lasciando al pubblico un interrogativo, quasi consequenziale alle testimonianze che oggi giungono al Quirinale, legate agli scenari contemporanei: che tipo di adulti diventeranno i bambini che oggi sopravvivono ai conflitti? Una domanda a cui, probabilmente, per avere risposta dovremo aspettare di leggere le lettere di domani.

Gabriele Guidotto, allievo SSC UniCT
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