Simona Fabroni - A cura di Arianna Pedone, Allieva SSC

Catania, 16 maggio 2026

Simona è Primo Ricercatore presso il Consiglio per la Ricerca in Agricoltura e l’Analisi dell’Economia Agraria (CREA), Centro di Ricerca Olivicoltura, Frutticoltura e Agrumicoltura (CREA-OFA). 

Guardando indietro al 2005, anno del tuo diploma di licenza, in che modo l’ambiente interdisciplinare e stimolante della SSC ha influenzato la tua decisione di proseguire nel mondo della ricerca e delle Tecnologie Alimentari?

L’esperienza in SSC, caratterizzata da una forte connotazione interdisciplinare, mi ha permesso di crescere umanamente in un contesto multiculturale molto stimolante ed è stata determinante nell’innescare e mantenere alta la “curiosità” scientifica verso le innovazioni all’interno del mio specifico campo di applicazione, quello delle tecnologie alimentari.

In realtà, all’indomani del mio diploma di licenza ciò che ero decisa a fare era intraprendere un percorso che mi aiutasse a consolidare e sfruttare positivamente questa curiosità, consapevole che questo percorso avrei potuto trovarlo non obbligatoriamente all’interno del mondo della ricerca pubblica o accademica ma anche nel settore privato o della libera professione. Il percorso che poi ho condotto per diventare ricercatrice non è stato quindi da me deciso o progettato in quello specifico momento della mia vita, piuttosto è stato frutto delle opportunità che ho scelto di cogliere dal conseguimento del diploma in poi.

Tu hai completato l’intero percorso accademico a Catania, dalla laurea al dottorato.
Quali ritieni siano stati i punti di forza di questa scelta “territoriale” che ti ha poi portata a diventare un punto di riferimento in un ente nazionale come il CREA?

La scelta di compiere l’intero percorso, prima di studio e poi di perfezionamento, sul territorio catanese è stata senza dubbio da me fortemente voluta. Già dai primi passi del mio percorso di studio avevo scelto di voler restare accanto ai miei cari ed ai miei affetti e in questo senso la SSC, avendo sede a Catania, mi ha permesso di condurre un percorso di formazione eccellente mantenendo stretti i contatti con il mio territorio.

Crescendo, ho intenzionalmente scelto di cogliere le opportunità che il territorio metteva a mia disposizione con la certezza di voler raggiungere traguardi professionali che mi avrebbero permesso di esprimere al meglio le mie competenze ed esperienze. Il punto di forza è stato quindi quello di scegliere di restare, non prescindendo dalla mia realizzazione professionale. In questo senso il CREA – Consiglio per la Ricerca in Agricoltura e l’Analisi dell’Economia Agraria, principale Ente di ricerca italiano dedicato alle filiere agroalimentari, è stato il luogo dove ho trovato spazio e riconoscimento personale per mettere a frutto i miei studi, le mie esperienze e la mia curiosità scientifica.

Nel tuo percorso, la ricerca teorica si è spesso tradotta in applicazioni concrete, come dimostrano i tuoi due brevetti industriali. Quanto è stato importante l’imprinting della Scuola nel passarti l’idea che la conoscenza debba farsi innovazione tangibile?

Assolutamente determinante. La multidisciplinarietà è stata al centro della mia formazione accademica in SSC e mi ha permesso di prendere consapevolezza rispetto al binomio imprescindibile fra “curiosità scientifica” e concretezza. Ciò è ancor di più vero nel mio specifico campo di applicazione, quello delle tecnologie alimentari, in cui risulta essenziale che le innovazioni di processo e/o di prodotto possano essere trasferite agli operatori del settore alimentare e tradotte in concrete applicazioni.

Tu sei tra i soci fondatori dell’Associazione Alumni SSC. Cosa ti ha spinta a voler creare un legame istituzionale tra le diverse generazioni di allievi e quale messaggio vorresti trasmettere a chi oggi entra per la prima volta in Aula Magna?

Ricordo ancora le prime riunioni post-diploma in cui furono gettate le fondamenta dell’Associazione Alumni SSC. A muoverci era principalmente la volontà di voler restare “comunità” anche dopo il conseguimento del diploma, quando la condivisione fisica di spazio e tempo era nostro malgrado giunta al termine, ma la voglia di continuare a condividere pensieri ed esperienze personali era viva e vibrante. Accanto a questo, avevamo anche l’ambizioso obiettivo di lasciare agli studenti che restavano in SSC e a quelli che sarebbero arrivati negli anni, un “luogo” dove potersi confrontare con chi prima di loro aveva vissuto la stessa esperienza formativa, didattica ed umana. Ed in questo senso, penso che ci siamo riusciti.

Agli allievi attuali, spesso divisi tra la passione per la ricerca pura e le opportunità dell’industria, quale consiglio daresti per costruire un percorso che sia, citando il tuo esempio, scientificamente rigoroso, ma anche capace di dialogare con il mercato?

Il consiglio che mi sento di dare agli allievi attuali è quello di non precludersi alcuna strada e scegliere consapevolmente il percorso che meglio gli consenta di consolidare e mettere a frutto il percorso formativo fatto in SSC, puntando sopra ogni cosa alla realizzazione delle proprie inclinazioni personali e della propria passione. Aggiungo inoltre il consiglio di non perdere mai consapevolezza del fatto che non esiste un percorso giusto e uno sbagliato, ma va perseguito solo quello che porta alla propria realizzazione personale. Anche perché la professione che sceglieranno di fare li accompagnerà per il resto della loro vita ed il saggio che disse: ‘fai il lavoro che ti piace e non lavorerai mai’ aveva molta ragione!

Per saperne di più sul percorso professionale di Simona, leggi l’intervista di approfondimento sul sito di Alumni SSC!