Echi letterari

C’è una letteratura che racconta di quello che siamo nonostante il dolore, la perdita, il silenzio degli altri. Una letteratura che nasce sgraziata, dove la vita è vista come fatto e non come atto di possibilità. Goliarda Sapienza non ha paura di esistere, ma ha paura che questa esistenza – quella degli scardinati, gli emarginati, i fuori posto – passi senza fare rumore. La sua è una letteratura che sopravvive, ma che non sempre vive. La scrittrice oggi conosciuta per L’arte della gioia è stata una bambina sognatrice, un’adolescente dai tratti non convenzionali, una donna che, come la madre, ha partecipato alla vita politica e affrontato gli uomini da suoi pari. Goliarda, nella sua letteratura, cerca la luce senza temere il grigiore della vita.

Lorena Spampinato in A Catania con Goliarda Sapienza (Giulio Perrone editore, 2026) percorre un viaggio, intimo e letterario, nella vita della scrittrice e ci racconta dei luoghi – dai quartieri dell’adolescenza alla ferocia e bellezza dell’Etna – mostrandoci una terra piegata dalle contraddizioni del proprio essere. In questo viaggio la genealogia familiare – l’anticonformismo di Goliarda che passa tramite l’ideologia politica della famiglia – diventa spazio di affermazione e conflitto aperto. L’autrice ci restituisce la storia di una donna che, in una storia fatta da uomini, desidera affermarsi non come loro rivale, ma come loro pari. Questa è la storia Di Goliarda Sapienza, ma è anche la storia della sua terra e di chi la vive nella sua precarità. La storia di chi la profondità, e quindi lo sconcerto della vita, lo ha conosciuto sul proprio corpo.

La storia di Goliarda Sapienza si intreccia con la tua personale storia di scrittrice. Nella prima pagina dici: “La città era vicinissima, ma era anche il luogo in cui accadevano le cose: gli incontri, la scuola, le prime libertà”. Se fuggire dai nostri luoghi è doloroso, perché tornare è necessario?

Che sia doloroso te ne accorgi con il tempo perché all’inizio hai un po’ l’entusiasmo di andare a scoprire qualcosa che qui ti raccontano che non c’è. Ci raccontano sempre che fuori ci sono altre opportunità, altri stimoli e, quindi, ci spingono un po’ a partire. Dopo, magari, scopriamo che questa offerta di stimoli e opportunità non è come la immaginavamo. Tornare è un’altra storia. Per me all’inizio è stato molto traumatico. Ho trascorso tanti anni fuori: ho vissuto a Roma, poi a Londra e alla fine ho scelto di tornare. Sono di Belpasso e sono tornata dove sono cresciuta. Eppure adesso ti dico che rifarei questa scelta tante e tante volte. Capisci dopo cosa voglia dire essere sradicati dalla propria terra e per un po’ viaggiare senza le tue radici. Quando, però, ti avvicini di nuovo a quelle radici capisci che lì dentro c’è qualcosa che ti appartiene, che non puoi far finta che non esista.

Tornare per restare o tornare e avere la capacità di ripartire se serve?

Se serve sì. Io sono tornata per restare, però non sappiamo cosa accade nella vita. La risposta è più tornare per capire, poi una volta che hai capito puoi pure andare via, però è importante capire.

Goliarda Sapienza nasce a Catania e trascorre la sua infanzia in Via Pistone 20, nel quartiere di San Berillo. La sua è stata – e continua ad essere – una zona dimenticata, un luogo di ferite da guardare da lontano. Il suo sguardo rivolto ai margini ci insegna a trovare la bellezza nella fragilità ?

Sicuramente sì. Lei cresce in questo quartiere che ha una ferita aperta e lei questa ferita se la porta dietro tutta la vita: la scrive, la racconta e riesce in qualche modo a ricucirla. Camminando per il suo quartiere, dopo aver letto i suoi libri e sentito nella pelle il racconto dei suoi luoghi, si vede come il suo sguardo sia gettato sulla città, ma anche come la città sia arrivata in ciò che ha scritto, nel suo modo di raccontare, nella sua lingua. Credo che lei ci abbia insegnato che i margini, i bordi delle cose sono da attenzionare, da guardare più del centro, perché lì si nasconde qualcosa che magari al primo sguardo non vediamo, eppure è qualcosa che ci parla e ci dice cose molto importanti.

Le figure genitoriali sono per la scrittrice spazi di esistenza, – un modello scardinato da cui nascere – ma anche di conflitto. Come hanno inciso le personalità della madre, Maria Giudice, e di Peppino, il padre, nella sua vita?

Tantissimo, la madre soprattutto. Lei inizia a scrivere dopo la morte della madre e questo è il segno di quanto la madre imponesse quasi un silenzio nella sua vita: un silenzio di devozione perché la madre era una figura sindacalista, militante, socialista, politica. Goliarda la ama e l’ammira, però si sente anche piccola e inadeguata rispetto a questa figura così ingombrante. Dopo la morte della madre questa relazione irrisolta diventa il punto di partenza da cui cominciare a scrivere. La madre è stata una sorta di musa che ha guidato la sua scrittura, così come il padre. Il padre lo racconta nelle sue due facce: come lo vedeva lei – quindi con l’amore di una figlia che guarda il genitore che la porta in giro per Catania, che le fa conoscere la letteratura, il teatro – e dopo l’adolescente che guarda il padre e cerca un conflitto perché scopre in esso una figura ambivalente. Non solo colui che l’aveva accompagnata per mano per le città, ma anche un uomo con i suoi desideri, i suoi egoismi: qualcuno anche da temere.

In un tempo in cui essere donna preclude la possibilità di essere altro al di fuori di madre e moglie, qual è stato l’atto di rivoluzione di Goliarda?

Lei era una rivoluzionaria. È stata cresciuta come rivoluzionaria. I genitori hanno influenzato la sua visione del mondo perché fin da piccola è stata abituata alla disobbedienza. Questo si vede nel L’Arte della gioia: lei osserva il mondo con degli occhi nuovi, ma forse al suo tempo non si era pronti a vedere il mondo con quello sguardo. Ed è per questo che L’Arte della gioia fu rifiutato da tanti editori. Se pensiamo al personaggio di Modesta vediamo una donna che non è soltanto oggetto del desiderio, bensì soggetto desiderante. Quello di Modesta è un desiderio che va contro tutti. È rivoluzionario per l’epoca pensare a una libertà senza confini, ma Goliarda l’ha fatto prima del tempo e, forse per questo, è stata capita tardi.

E qual è – se presente –  l’atto necessario che ha fatto fatica a farsi azione e corpo?

La letteratura di Goliarda è una letteratura che passa tanto per il corpo. La sua lingua è impastata di carne: è sensuale e nello stesso tempo concreta in materia. Ma è anche muscolo, è voce: una lingua attraversata da una passione che non si lascia imbrigliare. Credo sia stato questo il suo punto di forza e il motivo per cui sia stata riscoperta da tanti lettori. Non si limitava a raccontare, ma portava con sé l’eredità di una terra che a sua volta è attraversata dal corpo e dai silenzi. Lei ha lasciato la sua città a 17 anni, ma la Sicilia se l’è portata dietro nei suoi testi fino alla fine. È stata una delle scrittrici che ha usato di più il corpo nei suoi scritti e leggendola sentiamo veramente la carne; questa voce che si oppone a tutto, che si espone, che esplode e non nasconde la fragilità.

Oggi esiste un’azione necessaria – nell’ambito letterario quanto in quello civile – che non riesce ad affermarsi e che ci relega un po’ tutti al silenzio?

Servirebbe più coraggio nel raccontare i corpi e la nostra vulnerabilità. La letteratura delle donne dell’ultimo decennio – dopo il movimento #MeToo – ha trovato un po’ questo coraggio. È una letteratura di denuncia che vuole scomodare, pungolare e non essere semplicemente accomodante. Questo per me rappresenta la letteratura: avere il coraggio di gridare certe situazioni, certe condizioni.

Senti di averlo trovato questo coraggio?

L’ho cercato molto. Io non sono una coraggiosa. Nei miei libri provo in qualche modo ad esserlo. Forse è il motivo per cui si scrive: per trovare un po’ di coraggio in più quando c’è una voce che trema per uscire. Il carattere non sempre permette a questa voce di uscire e lì la scrittura e l’arte possono dare una mano.

Dal microcosmo del cortile di casa Pistone alla realtà del carcere di Rebibbia, per Goliarda la vita ordinaria diventa soggetto di una vita straordinaria che chiede voce. Questa voce, oggi, riesce a farsi ascoltare?

Secondo me sì, perché è una voce che grida alla libertà, alla libertà collettiva, alla disobbedienza, al diritto anche di riscriversi, di cambiare. È  qualcosa che oggi risuona parecchio, anche nelle generazioni più giovani. Quando ero ragazzina io nessuno ti diceva che era possibile disobbedire, che era possibile seguire quell’energia che a volte sentiamo e che ci fa andare in luoghi inesplorati. Adesso sì e Goliarda Sapienza è stata una delle voci che ha ispirato questi pensieri  Quel movimento lì continua – secondo me – ad esistere anche grazie a lei.

Per te, Lorena, cosa rappresenta la libertà oggi?

Credo che la libertà sia coraggio, sia tensione, sia desiderio. È soprattutto l’idea di rovesciare dei limiti che a volte ci imponiamo noi stessi. L’idea di saltare oltre i limiti, di ascoltarci davvero senza pensare al chiacchiericcio esterno; senza pensare alle imposizioni esterne. La libertà è questo: l’idea di ascoltarci e seguire un po’ quello che sentiamo davvero.

E quando eri piccola cosa pensavi – o speravi – fosse?

L’idea di poter correre, saltare, tutte cose che poi da adulti non si fanno quasi più. Da bambini credo che la libertà sia quest’’idea di porci nello spazio, di saper saltare, correre, girare in tondo. Credo fosse quella la mia idea di libertà.

Chi è Lorena Spampinato

Lorena Spampinato è nata a Catania nel 1990. Ha vissuto a Londra e a Roma e si è laureata in Scienze politiche. Tra i suoi libri: Piccole cose connesse al mondo (Feltrinelli, 2023) e Il silenzio dell’acciuga (Nutrimenti, 2020), proposto per il premio Strega 2020.

Le sue ultime pubblicazioni sono A Catania con Goliarda Sapienza, come nasce una scrittrice (Giulio Perrone editore, 2026) e Cade la notte (Feltrinelli, 2026).

Josè Ruggeri, Allievo SSC UniCT

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