Echi letterari
Cosa succede quando il silenzio diventa omertà? E cosa accade quando una ragazza scompare e la realtà attorno a lei sembra non accorgersene? La verità può redimere da un dolore così distante?
Lo scrittore irlandese Colin Walsh in Kala (Fazi, 2025) racconta la libertà e la frenesia di sei ragazzi adolescenti in un’estate di spensieratezza e pericoli. La vita è felice: i ragazzi abitano le geografie dei loro luoghi e in queste geografie si vedono crescere nella speranza e nel desiderio. Il tempo, eppure, a un certo punto si ferma e ferma a sua volta i protagonisti di questa storia: Kala, la leader del gruppo, scompare per sempre. Come si sopravvive all’assenza? Come ai suoi vuoti? Gli amici di Kala, Joe, Mush ed Helen crescono e con loro l’assenza della loro leader diventa presenza nello spaccato delle loro vite. Dopo quindici anni dalla scomparsa di Kala una nuova verità emerge quando quegli stessi ragazzini si ritrovano, cambiati e cresciuti, nel Paese della loro adolescenza. Agli amici di Kala non rimane che indagare ciò che è stato, le persone a loro care, quei ragazzini pieni di sogni che erano quando tutto abitava la libertà.
Ho incontrato Colin Walsh alla VI edizione del Catania Book Festival e ho domandato lui di raccontarmi di Kala e dei suoi protagonisti, del nostro oggi che abitiamo senza spesso conoscere.
La storia di Kala si muove nel tempo e nello spazio. Un gruppo di amici si ritrova dopo quindici anni a Kinlough, dove questa storia ha inizio. I luoghi sono cambiati, così come anche i personaggi che li abitano. Cosa si portano dietro dei loro luoghi e dei loro sogni?
Penso che uno dei temi centrali del libro sia il modo in cui tutto influenza sempre il resto. Il libro non è la storia di un solo personaggio, ma la storia della vita di questi personaggi e delle relazioni tra loro e il luogo da cui provengono. Ed era davvero importante per me che fosse un libro incentrato su queste diverse relazioni, sul modo in cui le persone si influenzano a vicenda. A volte si aiutano, a volte si fanno del male. E il luogo da cui provengono fa lo stesso. Alcune delle cose belle di quel luogo restano con i personaggi, ma anche alcune delle cose più oscure rimangono sempre con loro. Penso che molta letteratura contemporanea oggi tenda a raccontare storie molto incentrate su un solo personaggio in un modo molto chiuso, come se si fosse solo all’interno di un mondo interiore. Quello che volevo fare, invece, era mostrare come il sé, l’individuo, sia sempre plasmato da elementi esterni: altre persone, altri luoghi. Così Kinlough è quasi un personaggio a sé nel libro. Ha un’enorme influenza su tutto perché definisce l’orizzonte emotivo di questi personaggi.
Quando hai iniziato a scrivere questo romanzo che cosa desideravi raccontare? C’è stato un momento in cui la storia ha cambiato la sua struttura originaria e a prendere il sopravvento sono stati i personaggi?
È esattamente quello che è accaduto. So che a volte gli scrittori lo dicono e non ci credi quando affermano che i personaggi hanno preso parola su qualcosa, ma è proprio così. Kala è una storia fortemente guidata dai personaggi, è incentrata sui personaggi. Sei dentro di loro per gran parte del tempo. E, in generale, è così che scrivo. Però, dato che nella storia c’è anche un mistero, questo significava che dovevo avere un’idea complessiva della struttura. Il processo di scrittura vero e proprio consisteva nell’andare continuamente avanti e indietro tra personaggi e struttura, personaggi e struttura. Quindi, ogni volta che avevo un problema a livello di personaggi era perché avevo un problema nella struttura. Allora risolvevo un problema e continuavo a scrivere. Solo dopo mi rendevo conto che quella non era la soluzione, perché i personaggi si rifiutavano di fare ciò che volevo facessero. E non è stato un processo lineare, ma un continuo avanti e indietro, per molto tempo, perché spesso quello che stai davvero cercando di fare è restare fedele ai personaggi.
Hai scritto questa storia durante il covid, giusto?
Sì, esattamente. Stavo lavorando al libro da un po’, e avevo anche un lavoro. Poi, a un certo punto, ho deciso che avrei lasciato il lavoro per finire il libro. Il periodo del Covid è stato il momento migliore perché non avevo distrazioni, così potevo lavorare tutto il giorno, ogni giorno. E sì, è stato fantastico.
Pensi che in un mondo come questo – in cui siamo sempre di corsa per arrivare a un obiettivo – ogni tanto serva fermarsi del tutto per ripartire?
È una grande domanda. Anche solo se ne parliamo in termini di vivere una vita creativa, di cercare di produrre qualcosa di creativo, credo che molto spesso la nostra immaginazione si formi – soprattutto quando siamo bambini – attraverso la noia e l’assenza di distrazioni. È così che sviluppi un mondo interiore. Ed è proprio lì che di solito iniziano a nascere molte idee. Penso che oggi sia quasi impossibile annoiarsi davvero perché hai sempre il telefono in tasca. Se hai cinque minuti, invece di guardare nel vuoto per cinque minuti e riflettere o semplicemente pensare, guardi il telefono. E a volte mi chiedo se ci siano molti libri che non verranno mai scritti, che non verranno nemmeno immaginati perché le persone che avrebbero potuto crearli erano su Instagram.
Quando eri un bambino qual era il tuo sogno?
Penso fare qualcosa di creativo. Quando ero molto piccolo volevo fare l’attore: quello che desideravo era essere Peter Pan, Batman e Robin Hood e tutti questi personaggi diversi. Pensavo che se fossi stato un attore, avrei potuto cambiare personaggio continuamente. E sarebbe stato fantastico. Dopo, però, sono stato un musicista per molti anni, quindi suonavo molto. Ho sempre voluto fare qualcosa di creativo, ma è stato solo quando ho iniziato a scrivere narrativa che ho avuto quel momento in cui ho pensato: “Questo è ciò che dovrei fare.” Semplicemente sembrava giusto.
Anche nella narrativa, come a teatro, è possibile indossare una maschere, essere chi vuoi.
Esattamente. È un po’come recitare: interpreti i ruoli dei personaggi. C’è anche qualcosa di musicale nel giocare con il linguaggio, sai? Tutte le arti sono collegate, ma penso che scrivere sia ciò che devo fare.
Kala è un romanzo che racconta dell’adolescenza. Come si può raccontare oggi questo grande momento? Cosa c’è nella storia della tua adolescenza?
Trovo davvero interessante che da quando Kala sia stato pubblicato abbia avuto modo di incontrare molti lettori, il che è stato fantastico. Incontri lettori della tua età, ma anche lettori di sessanta, settanta anni, di generazioni diverse. E ciò che è davvero strano è che tante persone di culture e generazioni lontane dicono: “Sì, me lo ricordo. Era così anche per me.” Penso che non sia tanto il contenuto specifico del libro a essere uguale alla loro adolescenza, quanto l’intensità emotiva di quel periodo, la carica emotiva di quegli anni, che è qualcosa di universale. Quindi credo che quello che cercavo di fare non fosse inserire eventi precisi della mia adolescenza nel libro, ma essere fedele all’intensità emotiva di quegli anni.
Pensi che oggi ci sia un conflitto tra le generazioni?
Non ne sono sicuro. Penso che ci siano sicuramente grandi scontri nello spazio pubblico, nei media e online. Ho sempre l’impressione che sia un po’ diverso quando interagisco con le persone faccia a faccia. Spesso sento che c’è molta più comprensione tra le persone di quanto internet o i media facciano pensare. È chiaro che esistono tensioni importanti tra una generazione che ha avuto molte risorse economiche e ha beneficiato dell’industrializzazione e una generazione più giovane che ne paga le conseguenze, tra cambiamento climatico e precarietà economica. La tensione è allora normale: per i giovani è difficile non sentire che il futuro sia stato rubato. Forse questo succede in ogni generazione. Il contenuto cambia, i problemi cambiano, ma la dinamica resta simile.
E il racconto, in questo processo, che ruolo possiede?
Il racconto è sempre presente, anche quando non esiste una narrazione ufficiale. C’è sempre una storia che viene raccontata. Penso che una delle ragioni per cui oggi le persone diffidano tanto le une delle altre sia proprio l’assenza di una narrazione comune. Tutto è frammentato. Ognuno vive nella propria storia e ha una visione molto personale del mondo. È naturale, è umano. Oggi la tecnologia spinge le persone a restare sempre più chiuse in una visione limitata: gli algoritmi rafforzano ciò che credi e ti portano verso versioni più estreme. Questa è una vera sfida. Ma ho la sensazione che i giovani siano più capaci di reagire, perché capiscono meglio come funziona questa tecnologia.
Il romanzo si confronta con il tema dell’assenza. Come possono gli amici di Kala continuare a vivere dopo la sua scomparsa? Come dopo aver scoperto la verità su quanto accaduto?
È difficile. Nel caso di Kala uno dei grandi percorsi dei personaggi è il passaggio dall’innocenza all’esperienza. Quando passi dall’innocenza all’esperienza provi un forte senso di perdita: la sensazione che il mondo fosse completo e ora sia in qualche modo rotto. Con la maturità, però, inizi a capire che anche quel passato idealizzato non era davvero completo: era già frammentato, solo non avevi gli strumenti per vederlo. La malinconia della maturità sta nel riconoscere che c’è sempre una frattura, un’assenza nel mondo. E, in molti casi, è proprio lì che nasce il significato.
Se proviamo nostalgia è perché c’è stato del bello.
Sì, penso di sì. La nostalgia è un impulso umano. Molti definiscono Kala un libro nostalgico e capisco perché. Ma la nostalgia presenta sempre il passato come migliore del presente. In realtà il momento presente un domani sarà qualcosa di cui proveremo nostalgia, anche se ora siamo immersi nei problemi di ogni giorno. È più facile apprezzare il passato perché lo guardiamo da lontano. Però hai ragione: se possiamo essere nostalgici è perché c’è del bello nella vita. La sfida è riconoscere nel presente il valore di ciò che un giorno rimpiangeremo. È, però, difficile apprezzare la bellezza del qui e ora.
Abbiamo parlato dei tuoi sogni da bambino. Qual è il tuo sogno adesso?
Dal punto di vista creativo, il mio desiderio è continuare a scrivere libri, ma anche scrivere per cinema e televisione. Spero di continuare a vivere una vita creativa e di restare con una mente aperta. È una delle cose più difficili crescendo: la vita tende a chiudere il tuo mondo, e bisogna lottare per mantenerlo aperto. Penso che l’arte, in qualsiasi forma, sia un modo per tenere sempre aperte le porte della mente. Spero di riuscirci e spero anche di essere un buon padre per mio figlio.
Il romanzo di Walsh, Kala, è una storia nostalgica quanto necessaria. Il mondo da lui raccontanto è quello dell’innocenza che si scontra con le colpe di un’umanità rotta fin dal principio. Lo scrittore parla alla generazioni e alle generazioni chiede di dialogare tra loro: con l’arte, le parole, lo sguardo. Kala ci restituisce il testamento più bello di una contemporaneità fragile che chiede di essere compresa nei suoi sbagli. In quelli di noi tutti, dei figli e dei padri.
Chi è Colin Walsh
Scrittore irlandese nato a Galway, i suoi racconti hanno vinto numerosi premi. Nel 2019 è stato nominato Hennessy New Irish Writer of the Year. I suoi scritti sono stati pubblicati su «The Stinging Fly» e «The Irish Times». Kala (Fazi, 2025), il suo romanzo d’esordio, è stato finalista al Waterstones Debut Fiction Prize e tra i migliori libri dell’anno per «NPR», «The Guardian» e «The Independent». Vive in Belgio.

Josè Ruggeri, Allievo SSC UniCT
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