Echi letterari
I grandi poeti sono stati detti folli, vagabondi, fuori posto da un mondo che li rigettava dopo averli creati. E, soprattutto, i grandi poeti sono stati sconosciuti, incompresi, talvolta perfino rinchiusi. Dino Campana che, prima di diventare uno dei grandi della nostra letteratura, è stato tra i piccoli scartati dalla società, è uno tra coloro che hanno vissuto lo sgomento delle carceri, la follia dei manicomi; un uomo matto e consapevole.
La sola opera che Campana pubblicò in vita furono i Canti orfici: prosimetro dall’atmosfera onirica, da una temporalità non regolare e da una semantica complessa nell’uso di ripetizioni e piani simbolici che si intrecciano senza toccarsi. Il mondo di Campana si distribuisce in una compresenza di felicità e tragedia, in una musicalità del ritorno, del tutto eterno dei suoi personaggi: prostitute, figure angeliche e tormentate, atmosfere cupe che si diradano nei sentimenti dei loro uomini che, smarriti, si cercano.
A raccontarci della vita del poeta è Renato Martinoni in Ricordi di suoni e di luci, Storia di un poeta e della sua follia (Manni, 2025). La sua è la narrazione consapevole di chi Campana lo ha studiato nell’umanità e nelle parole. Nella narrazione storia e invenzione si muovono in linea parallela, a volte dialogando, altre prendendo percorsi differenti.
La vicenda si apre a Torino nel 1915 con un protagonista che, a quasi trent’anni, si aggira con il proprio libro di poesie nel disperato tentativo di di venderlo a due o una lira. Martinoni segue il viaggio di Campana da Losanna a Ginevra, da Berna a Basilea, nei posti toccati dal poeta, fino ad arrivare al cronicario di Castel Pulci, in cui la sua vita termina. La storia di Dino Campana è, allora, la vicenda intima e sfrenata di un uomo che si perde nell’alcool, negli amori sconosciuti, nel burrascoso sentimento con la scrittrice Sibilla Aleramo. In questo smarrirsi a farlo ritrovare è, forse, soltanto la sua poesia.
Ho incontrato Renato Martinoni e ho chiesto lui di raccontarmi di Dino Campana uomo e sognatore, di poesia e del futuro sgranato dei poeti di oggi.
Dino Campana rappresenta la figura di un poeta prima condannato e poi ricordato dalla storia. Perché oggi sentiamo l’urgenza di raccontarlo?
Ho incontrato Campana quando studiavo all’università, poi l’ho sempre seguito perché è un poeta intrigante che nella sua vita è passato per traversie, forse estreme, che non fanno parte solo del suo momento storico. Le sue potrebbero essere, infatti, le stesse vicissitudini che anche un giovane di oggi incontra nella sua vita. Il mio primo approccio con Campana è stato a servizio, come curatore, della pubblicazione dei Canti Orfici per l’editore Einaudi (2003). È straordinario vedere come a distanza di molti anni questo poeta, così grande ma così difficile, sia amato soprattutto dai giovani. Rimane un poeta dalla modernità impressionante, con pochi eguali in Italia. Un poeta che è stato in grado di varcare i confini del territorio anche nella sua complessità.
C’è un passo in cui si racconta di un giovane Campana che tenta disperatamente di vendere il proprio libro, prima a due lire, poi a una e, infine, è disposto perfino a regalarlo. Tutto affinché la sua poesia possa arrivare agli altri. In questo sentimento di una poesia eternatrice, dove trovano oggi le generazioni il desiderio di leggere la poesia e, soprattutto, la poesia di Campana?
Credo che tutte le cose belle piacciono, e le cose belle non sono solo quelle che esteriormente attraggono. In questo caso la bellezza è nei versi che portano con sé un valore estremo e inducono delle emozioni in chi legge. È come vedere un quadro, come ascoltare una musica: quando una poesia si trasforma in emozioni, magari anche per motivi inconsci, lì sta tutto il suo valore. E questo spiega l’interesse di tutte quelle generazioni più giovani nei confronti di un poeta che di per sé resta un poeta difficile e, spesso, difficilmente penetrabile. La poesia di Campana non è trasparente, e forse non la si può capire neanche tutta. Campana è un vagabondo, ma è un uomo che ha letto cose che nessuno in Italia leggeva. C’è una riflessione che può essere fatta, inoltre, tra il rapporto della malattia mentale con la creazione. Per me non è di natura romantica, ma riguarda l’aspetto della percezione della realtà. Queste figure che racconto mi scaldano nella loro sofferenza e mi portano, allora, a voler dialogare con le loro storie.
Parliamo della follia. La follia rappresenta spesso una colpa costruita dalle parole degli altri, dalla paura di ciò che si sconosce. Il contesto sociale, ma anche quello storico, quanto hanno contribuito a costruire il mito della follia di Campana? Il suo essere odiato e poi idolatrato. Perché è necessario questo salto nella sofferenza?
Per essere un grande poeta non bisogna essere matto. Campana aveva dei problemi. In gioventù era stato visto da degli specialisti e gli era stata diagnosticata una forma di demenza precoce. La psicanalisi tedesca, in seguito, avrebbe dato un altro nome a questa condizione: schizofrenia. Non credo che un Campana non folle non sarebbe stato poeta. Vedo nella sua poesia una grande sofferenza, ma anche il desiderio di essere poeta: la volontà di mettere la poesia come il punto più alto delle sue ispirazioni, del suo motivo di vivere. Tutti noi abbiamo bisogno di motivi per vivere. E per lui la poesia era tutto. Era disposto a sacrificare tutto quanto, anche l’amore per una donna o la scelta di una vita non da vagabondo. Ma la poesia no, e il suo grande sogno era quello di essere un poeta puro. La mia tesi è che sia proprio la coscienza di non riuscire più ad essere poeta che lo porterà alla follia.
La poesia contemporanea ha subito un grande cambiamento rispetto alla poesia delle orgini. Oggi è presente, infatti, una tensione della parola in direzione di un verso più libero, di una prosa che racconta. Quanto hanno gli scritti di Campana di questa poesia?
La poesia per me più bella dei Canti orfici è La notte, che non è scritta in versi. La notte è un poema “en prose”, costruito da versi in prosa. In realtà la differenza tra verso e prosa non è sempre semplice da definire.
In Pavese accade lo stesso. Verso e prosa si mescolano in un equilibrio dalla grande consapevolezza. Ma la sua poesia, quella di Lavorare Stanca, è una poesia che nasce dalle origini e arriva a una prosa a tratti distesa, altri asciutta e disincantata.
Ci sono, infatti, delle memorie inconsce nella scrittura. Il poeta che lavora con la lingua, con la metrica scrive degli endecasillabi senza accorgersene. In questo libro ho lavorato molto a livello di lingua. La scrittura è fatta tanto di subliminalità, per cui è presente una parte inconscia, che si può osservare, e una inconscia che, per quanto la si cerchi, non la si riesce a scorgere.
Una domanda più personale. Esiste una storia che vorrebbe raccontare e che ancora non è ancora stata detta? Se sì, qual è?
Ci sto pensando, ma al momento non riesco a trovare una soluzione. Per me è difficile inventare una storia da zero. Ho sempre bisogno di avere qualcosa sotto, una sorta di intelaiatura che, in genere, si costruisce dai documenti, i materiali che vanno poi impastati tra loro, come il pittore che impasta tra loro i colori. Quando ho raccontato dell’artista Ligabue mi interessava trattare il linguaggio, quello che trasmettava con la sua pittura. Lo stesso l’ho fatto con Campana e la poesia. In un mondo di bugie, che avrebbe bisogno di spinte verso la verità, dobbiamo mandare dei segnali. Questi segnali sono fondamentali per trovare dei motivi per vivere da uomini liberi, da uomini che amano e sanno di esserne in grado.
Chi è Renato Martinoni
Renato Martinoni (1952) è professore emerito di Letteratura italiana all’Università di San Gallo.
Fra i suoi libri più recenti, l’edizione delle poesie di Ernesto Ragazzoni (Buchi nella sabbia e pagine invisibili, Einaudi 2000, introduzione di Sebastiano Vassalli) e quella dei Canti Orfici di Dino Campana (Einaudi 2003, 2018⁹); La lingua italiana in Svizzera. Cronache e riflessioni (Salvioni 2011, presentazione di Luca Serianni); Troppo poco pazzi. Leonardo Sciascia nella libera e laica Svizzera (Olschki 2011); l’edizione delle Rime milanesi di Carl’Antonio Tanzi (Fondazione Bembo-Guanda 2016). Per Marsilio ha pubblicato L’Italia in Svizzera. Lingua, cultura, viaggi, letteratura (2010), Il ristoro della fatica. Erudizione e storia letteraria nel Settecento (2014) e Orfeo barbaro. Cultura e mito in Dino Campana (2017).
Il suo ultimo libro è Ricordi di suoni e di luci, Storia di un poeta della sua follia (Manni, 2025).

Josè Ruggeri, Allievo SSC UniCT
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