Echi letterari
Viviamo l’era del cambiamento, quella del digitale in cui è possibile vendere (o svendere) il proprio corpo nudo online per pochi dollari. Basta qualche foto, contenuti intimi e sguardo smarrito nell’obiettivo della telecamera, per cambiare vita. Questa è L’era dell’acquario, il suo preludio e la sua fine.
Fabio Bacà (già finalista al premio Strega con Nova, Adelphi 2022) racconta in questo libro la storia di Chloe e di Samuele, intreccia il sentimento di vuoto e smarrimento di una sex influencer da milioni di seguaci con il mistero di una famiglia rotta nel potersi definire tale.
Bacà affronta la società moderna, raccontandola nei suoi inganni e nelle verità sempre diverse in cui ciascuno decide di esistere. I suoi protagonisti sono donne e uomini che vivono la precarietà del presente, scontrandosi con i valori una moralità che condanna ma non interroga. Con una prosa alta e dai toni barocchi la lingua del romanzo ferma il lettore e lo rende partecipe di questa storia. Questa storia che è di chi la racconta ma, soprattutto, di chi la legge.
Il suo romanzo si apre con un crollo, una valanga di neve che copre tutto e tutti senza speranza di tregua. Una donna viene rinvenuta nuda e priva di vita sotto un manto di neve, a pochi metri da lui un uomo morto ritorna alla vita. Nella perdita della propria dimensione fisica, nella pre-morte (come in quella provata dall’uomo) cosa ci porta a comprendere la vita?
Sembra che la perdita temporanea della propria dimensione fisica, come nel caso delle esperienze di pre- morte (o di prossimità alla morte, come indica, forse più opportunamente, l’acronimo inglese NDE, Near Death Experience), conduca a uno stato successivo di accresciuta consapevolezza dell’importanza di coltivare le principali virtù spirituali, associata a un decremento proporzionale nell’indulgere in quelle piccole o grandi meschinità che caratterizzano la vita di qualunque essere umano. Non è ancora chiaro se l’epifenomeno derivi dalla semplice constatazione che la vita è preziosa e che non vale la pena sprecarla a competere con il prossimo per raggiungere traguardi poco significativi, oppure se sia la temporanea vicinanza a un essere spiritualmente evolutissimo (come pare che accada in quasi tutte le esperienze di pre- morte) a condizionare indelebilmente la personalità dei sopravvissuti. Quale che sia la causa, è un fatto che dovrebbe indurci a parecchie riflessioni.
Chloe è intelligente nel carattere e infinitamente bella nell’aspetto. Nella costruzione di questo personaggio, ha provato paura nel raccontare il dualismo di una donna che, nello stereotipo generazionale, può convivere in armonia con la dimensione sia fisica che intellettuale?
Non direi. Aggiungo che il timore di delineare un personaggio “scomodo” è un approccio che uno scrittore farebbe bene a obliterare dal proprio bagaglio di disposizioni emotive. Un romanziere deve sentirsi libero di inventare dal nulla (o ispirarsi a) qualunque tipologia umana, non importa quanto moralmente scellerata possa sembrare: ciò che conta è che il personaggio creato sia funzionale alla storia che si desidera raccontare. Chloe è una donna bellissima e intelligente che esercita le sue indiscutibili qualità in un lavoro apparentemente poco dignitoso come il Sex Influencing su OnlyFans, ma è soprattutto un essere umano traumatizzato che cerca di fuggire da un passato considerato, a torto o a ragione, terribile: a stimolarmi sono state le potenzialità letterarie di un personaggio simile, molto più che la paura di dover affrontare le difficoltà di tratteggiarne la personalità eludendo il più possibile gli stereotipi della donna forte, disinibita e pressoché immune al giudizio altrui.
“E allora il punto è che la tua non è esattamente un’alta soglia di tolleranza alla sofferenza fisica…Soffri, come tutti, ma in definitiva non t’importa granché di soffrire”. Perché la sofferenza di Chloe diventa insofferenza per la sua vita stessa?
Perché mi piaceva l’idea che per Chloe l’apice della sofferenza psichica si risolvesse in una sorta di atarassia spirituale, in una gelida e apparentemente irreversibile necrosi emotiva. Al culmine della sopportazione, in lei, subentra una specie di indifferenza per la propria sorte: la vita sembra indegna di essere vissuta, anche se permane un labile istinto di sopravvivenza (peraltro, nel suo caso, offuscato da occasionali impulsi a vagheggiare di togliersi la vita).
Oggi si assiste a uno sdoganamento crescente del sesso, nonché a una sua crescente fruibilità e normalizzazione nel mondo digitale. Cosa racconta questo di noi uomini e nel nostro tempo?
Il sesso in Italia è ancora un tabù, almeno in parte, anche se non sono affatto sicuro che sia un male: lo status di tabù applicato a un determinato comportamento aumenta la soddisfazione intrinseca al contravvenirvi. Il problema è che allo sdoganamento del sesso in atto da decenni – grazie soprattutto alla sintonia reciprocamente vantaggiosa tra pornografia e rivoluzione digitale – conseguono due effetti solo apparentemente in contraddizione: una visione alterata dei rapporti intimi (con il rischio di abusi emotivi tra partner e l’incremento di malattie veneree, soprattutto negli adolescenti) e un parallelo disinteresse nei confronti del sesso da parte delle generazioni più giovani, forse indotto dalle aspettative irrealistiche e dagli irriproducibili standard performativi dei professionisti del porno. Credo che l’accesso sempre più facilitato ai contenuti sessuali dovrebbe essere bilanciato da un’educazione ai rapporti di coppia, alla quale è evidentemente auspicabile che contribuisca in larga parte il sistema scolastico.
Il rapporto con la fama, come quello con l’eros, trova ampia discussione nella letteratura. Ciò che oggi la letteratura narra su queste tematiche è stato precedentemente taciuto o sconosciuto?
Il culto della fama, sconosciuto ai nostri avi (prima della nascita della società di massa, alla fine del XIX secolo, diventare celebri non costituiva un’attrattiva per la stragrande maggioranza della popolazione) e aumentato a dismisura con l’invenzione della radio, del cinema e la diffusività sempre maggiore di libri e giornali, è un fenomeno esploso definitivamente con l’avvento dei social media, più o meno un ventennio fa: è quindi naturale che la letteratura continui a essere molto interessata a descriverne gli effetti. Oggi che la celebrità è accessibile a chiunque, persino a chi non è dotato di alcun talento specifico, analizzare il fenomeno e renderlo parte integrante di un romanzo mi sembra narrativamente doveroso – oltre che letterariamente stimolante.
L’ultima frase del suo romanzo indaga le verità e le definisce una questione sopravvalutata. Esiste una verità di sé che le fa paura?
Non mi pare. Ma non perdo la speranza di trovarne qualcuna, prima o poi, e ricamarci sopra qualcosa di pubblicabile.
È allora giusto normalizzare il tabù del sesso? L’economia del porno, la vita di chi ne è partecipe in primo piano, quali valori trasmettono al nostro oggi? Su queste domande Bacà ci interroga nelle nostre età, nel luogo in cui il limite che allontana l’istanza dei valori da quella del loro smarrimento si fa sottile fino a scomparire. In un mondo di corpi, forse, servirebbe guardarsi dentro, cercarsi nelle cicatrici. Forse basterebbe conoscerci nelle fragilità.
Chi è Fabio Bacà
Fabio Bacà è nato nel 1972 a San Benedetto del Tronto, dove tuttora vive e lavora.
Si è occupato di giornalismo per qualche anno prima di approdare all’insegnamento delle ginnastiche dolci.
Nel 2019 Adelphi ha pubblicato il suo esordio, Benevolenza cosmica, finalista al premio Opera prima, al premio The Bridge, al premio Megamark, e vincitore della quarantesima edizione del premio cittàdi Moncalieri.
Nel 2022 con Nova (Adelphi) è finalista al premio Strega.
L’era dell’acquario (Adelphi, 2025) è il suo ultimo romanzo.
È un appassionato lettore.

Josè Ruggeri, Allievo SSC UniCT
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